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Economia

Sanità pubblica: di diritti si muore

Il SSN costa oltre 140 miliardi l’anno. Lo finanzia chi lavora, poi spesso paga ancora per curarsi. È ancora sostenibile un diritto pieno senza doveri proporzionati?

4 luglio 2026 / Francesco Medici

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La sanità pubblica non è gratuita. È già pagata. Anzi: è prepagata.

È pagata nelle imposte, nella busta paga, nei contributi, nell’IVA, in quella pressione fiscale che nel 2024 ha raggiunto il 42,6% del PIL. Dentro quel prelievo c’è anche il Servizio sanitario nazionale: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica è stata indicata in circa 141,5 miliardi di euro; nel 2026 è prevista intorno a 148,5 miliardi. Più del 6% del PIL. Non una voce laterale, ma uno dei grandi pilastri del costo dello Stato.

Poi arriva la realtà, e la realtà ha quasi sempre la forma di una lista d’attesa. Si finanzia il sistema pubblico, poi si prenota una visita privata. Si paga il SSN, poi si paga il centro diagnostico. Si versa per il diritto alla cura, poi si compra una polizza o si mette mano al portafoglio per non aspettare mesi.

È qui che la parola “diritto” comincia a incrinarsi. Perché un diritto pagato due volte non è più soltanto una conquista civile: diventa una domanda lecita.

Quanto costa davvero al contribuente questa promessa? E cosa riceverebbe se potesse trattenere almeno una parte di ciò che oggi viene assorbito da un sistema che spesso non riesce a curarlo nei tempi compatibili con le necessità reali?

Non è una domanda contro la sanità. È una domanda per salvare la sanità da sé stessa.

L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Formula alta, nobile, necessaria. Ma il diritto è materia viva: nasce in un tempo, evolve nella storia, deve misurarsi con la realtà. La domanda, oggi, non può essere evitata: quella lettura dell’articolo 32 è ancora sufficiente davanti a uno Stato ipertassato, liste d’attesa strutturali, spesa crescente e beneficiari sempre più ampi?

Di diritti si vive, certo. Ma di diritti si muore, quando vengono separati dai doveri.

Una comunità nazionale non è un bancomat morale. È un patto, un’alleanza, un atto di reciproca fiducia. Prima si contribuisce, poi si pretende. Prima si appartiene a quel patto, poi si accede pienamente ai suoi benefici. Il Servizio sanitario nazionale è stato costruito da generazioni che hanno lavorato, versato, rinunciato, mantenuto ospedali, formato medici, pagato strutture. Non è una rendita naturale. È patrimonio nazionale.

Per questo il pieno accesso ordinario al SSN dovrebbe essere riservato ai cittadini e, con prudenza, a chi dimostri una lunga e proporzionata storia contributiva. Per gli altri: cure urgenti, tutela dei minori, maternità essenziale e salute pubblica sempre garantite; ma prestazioni ordinarie tramite assicurazione obbligatoria, contributo specifico o rimborso al costo.

Oggi, invece, il cittadino straniero con regolare permesso può iscriversi al SSN; l’assistenza può estendersi anche ai familiari a carico regolarmente soggiornanti. È la legge vigente. Ma proprio perché è vigente, può essere discussa.

La questione non è negare cure. È ristabilire proporzione.

Se un solo reddito apre l’accesso sanitario stabile a un nucleo numeroso, mentre la famiglia italiana media è ormai piccola, chi sostiene la differenza? Chi paga la distanza tra ciò che viene versato e ciò che viene ricevuto? È ancora solidarietà, o è una forma di beneficenza pubblica amministrata con denaro altrui?

Uno Stato serio deve avere il coraggio di distinguere: emergenza sì, salute pubblica sì, diritti pieni solo dentro un’appartenenza reale e contributiva.

Il resto non è umanità. È imprudenza contabile. E l’imprudenza, prima o poi, presenta sempre il conto.