L'immigrazione irregolare non si governa con gli slogan o con la prudenza molle, quasi cerimoniale, che da anni trasforma ogni rimpatrio in un labirinto amministrativo, giudiziario e diplomatico. Uno Stato serio non urla: decide. E, soprattutto, esegue.
Il punto è semplice. Lo Stato non deve poter scegliere se espellere chi delinque: deve esservi obbligato. La discrezionalità fa, come minimo, nascere nel popolo sfiducia e disaffezione. Chi non ha titolo per restare, chi delinque, chi rappresenta un pericolo concreto per la sicurezza pubblica deve essere speditamente espulso. Il diritto di soggiorno non è una rendita morale. La libera circolazione non è una licenza d'impunità. E la tutela sacrosanta dei diritti individuali non può rovesciarsi nell'abdicazione dello Stato dal dovere di proteggere i propri cittadini.
Serve una riforma organica del Testo Unico sull'immigrazione. E il difetto da estirpare ha un nome: la discrezionalità. Oggi l'espulsione è disposta «caso per caso», rimessa a un potere che può esercitarsi o spegnersi a seconda della sensibilità del momento. In quel margine si apre una voragine. Va colmata. Il Prefetto non deve più «poter» valutare se espellere: deve esservi obbligato dalla legge, senza ritardo, ogni volta che ne ricorrono i presupposti. E lo stesso vincolo deve gravare sul Questore che deve essere messo nelle condizioni di aprire il fascicolo di rimpatrio, procedere all'identificazione, richiedere i documenti consolari, attivare ove necessario il trattenimento nei CPR; e ancora, tale obbligo, occorre stia in capo al Sindaco, alla polizia locale e agli uffici comunali. Non più discrezionalità: obbligo di legge con tempi di risposta certi e verificabili.
Lo sappiamo tutti: nessun rimpatrio è possibile senza la collaborazione dei Paesi d'origine. Bene. Gli accordi di riammissione siano resi vincolanti ed economicamente vantaggiosi per chi collabora: cooperazione, visti e canali d'ingresso legati al dovere di riprendersi i propri cittadini. Chi non collabora non può pretendere benefici.
La magistratura deve restare garanzia di legalità, non diventare governo sostitutivo. Il giudice verifica il rispetto della legge; non riscrive la politica migratoria caso per caso. Per questo servono casi tassativi di sospensione, ricorsi privi di automatico effetto sospensivo, sezioni specializzate, termini perentori. Il rimpatrio non può ridursi a una partita infinita, nella quale ogni cavillo formale cancella l'interesse pubblico.
Il nodo vale anche per i cittadini dell'Unione europea. La libera circolazione è un pilastro, non una cambiale di fiducia in bianco. Chi commette reati o rappresenta una minaccia reale e attuale deve essere sottoposto a verifica obbligatoria del diritto di soggiorno e, nei casi previsti, allontanato.
Infine, i minori. La minore età impone protezione, non amnesia. Se un minore straniero delinque, aggredisce, spaccia, istiga all'odio o entra in gruppi violenti, lo Stato deve intervenire subito: comunità contenitive, prescrizioni, controllo educativo, responsabilità della famiglia, fascicolo nazionale. E al compimento dei diciotto anni occorre una rigorosa verifica sul titolo di permanenza.
È ordine giusto, non è repressione. È la prima forma di rispetto verso chi vive, lavora e osserva la legge.