“Sai, ha chiuso l’alimentari di Gigi all’angolo. Era aperto dal ’54, lo aveva tirato su suo nonno”.
C’è chi la chiama ‘evoluzione del mercato’. Ma la differenza tra progresso e abbandono è il prezzo della nostra identità.
La crisi dei negozi di vicinato non è soltanto la storia di qualche bottega che non ce l’ha fatta. Certo, lo sappiamo tutti che il mercato manda in soffitta taluni mestieri. Ma il lento spegnersi delle strade, una serranda che resta giù, poi un’altra e la via intera che la sera non ha più luce, né voce, né occhi non si chiama nostalgia. Si chiama inaridimento del tessuto vitale, del nervo che ha costruito il Paese che, senza false modestie, è il più bello del mondo.
La gente compra online, Amazon consegna in un giorno, la grande distribuzione costa meno: la vita corre, e il comportamento segue. Vero. Ma è uno sguardo fermo alla superficie. Per anni il piccolo commercio ha combattuto una guerra impari: affitti alti, tasse locali, bollette, burocrazia, margini al lumicino. A distanza siderale le piattaforme globali con logistica immensa, prezzi aggressivi, resi e ingegneria fiscale.
Chiamarla concorrenza è lecito. Fingere che sia ad armi pari è albagìa.
Il negozio sotto casa non era solo un luogo dove comprare. Era presidio civile. Il salumiere che diceva: “Maria, oggi ti do questo macinato: è speciale”. Il cartolaio che teneva da parte il quaderno per il Giovannino. Il panettiere che, se non vedeva entrare “il Giorgio”, chiedeva al dirimpettaio.
Non sono cartoline ingiallite. Sono infrastrutture sociali, sono le nostre fondamenta.
Dove chiudono i negozi di vicinato, si impoverisce l’economia locale. Il denaro non circola più nel quartiere. Gli anziani perdono luoghi di relazione. I giovani crescono in strade senza destinazioni, senza punti di riferimento. I centri storici diventano scenografie belli da fotografare e sempre meno adatti al brulichio della vita vera.
È qui che chi governa dovrebbe sobbalzare.
Ogni serranda abbassata accusa una fiscalità spesso cieca, affitti incompatibili con la realtà, burocrazia ottusa, anni di convegni e passerelle sul “rilancio del territorio” buoni solo per le fotografie social.
Una città piena di pacchi consegnati e povera di vetrine accese non è moderna. È una città che ha scambiato la vita con la logistica.
Occorrono meno celebrazioni del commercio locale e più decisioni: fisco comunale leggero per chi tiene vive le vie, sicurezza urbana, affitti sostenibili, parcheggi ragionevoli, procedure rapide, incentivi seri alle attività di prossimità.
Anche il cittadino deve saperlo: ogni acquisto è un piccolo voto sul luogo in cui vivrà domani.
Perché quando chiude un negozio non si perde soltanto un’insegna.
Si perde il “buongiorno” detto per nome e un pezzo dell’Italia vera.