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Diritto

Meloni e lo Stato che non obbedisce al voto

Sbarchi in calo, rimpatri in crescita, città ancora fragili: il problema non è solo chi governa, ma la macchina che governa davvero

4 luglio 2026 / Francesco Medici

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Dopo quasi quattro anni di governo Meloni, una domanda va posta senza infingimenti: perché molti italiani non vedono ancora una svolta netta su sicurezza urbana, immigrazione irregolare, degrado e ordine pubblico? Giorgia Meloni è Presidente del Consiglio dal 22 ottobre 2022; non siamo più alla vigilia, né al rodaggio. Eppure la sensazione, nelle città, è spesso quella di un Paese che cambia governo ma non cambia direzione.

La risposta più pigra sarebbe parlare di fallimento. La più seria è diversa: il governo ha ottenuto risultati parziali, ma non ha ancora piegato la macchina. Gli sbarchi, al 30 giugno 2026, risultano sensibilmente inferiori rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 2024: 14.372 contro 30.060 e 26.015. Anche i rimpatri crescono: 4.221 nei primi mesi del 2026 contro 3.202 nel 2025 e 2.535 nel 2024. Dati reali, non propaganda. Ma insufficienti a produrre una mutazione visibile nella vita quotidiana.

Qui sta il nodo politico. Lo Stato italiano non è una leva che si muove appena il cittadino vota. È un congegno stratificato: prefetture, ministeri, enti locali, apparati tecnici, uffici, capitolati, convenzioni, ricorsi, interpretazioni, pareri. Il prefetto rappresenta il Governo sul territorio ed è autorità provinciale di pubblica sicurezza; i dirigenti pubblici, per legge, adottano gli atti amministrativi e rispondono della gestione. In altre parole: la politica indirizza, ma l’amministrazione esegue. O rallenta. O traduce. O sterilizza.

Poi c’è il sistema dell’accoglienza. Non è più solo emergenza: è una filiera stabile. Al 30 giugno 2026 risultano oltre 132 mila persone presenti nel circuito nazionale di accoglienza tra hotspot, centri e SAI. Ogni posto, ogni servizio, ogni gestione significa contratti, personale, strutture, procedure, economie territoriali. Non si smonta con uno slogan. Si smonta con audit, gare brevi, controlli severi, revoche automatiche e pubblicazione integrale dei costi per soggetto gestore.

La giurisdizione aggiunge un ulteriore argine. Non è necessario evocare complotti: basta osservare il meccanismo. Sul protocollo Italia-Albania e sui “Paesi sicuri” sono intervenuti giudici nazionali e Corte di giustizia UE, imponendo limiti stringenti al potere politico in materia di trattenimento e procedure accelerate. Il risultato pratico è chiaro: una norma può essere votata, ma non per questo diventa immediatamente efficace.

Intanto la criminalità denunciata è tornata a salire nelle grandi aree urbane: nel 2024 i reati segnalati sono stati 2,38 milioni, +1,7% sul 2023, con Milano, Firenze e Roma ai vertici per denunce ogni 100 mila abitanti. La microcriminalità non si combatte solo con norme più dure, ma con presidio, espulsioni eseguibili, certezza amministrativa e responsabilità dei vertici locali.

La conclusione è scomoda: Meloni non ha perso perché non ha fatto nulla; rischia di perdere perché ha fatto troppo poco sulla struttura che decide se le sue scelte diventino realtà. Servono cinque mosse: responsabilità annuale misurabile per prefetti e dirigenti; banca dati pubblica su accoglienza e rimpatri; CPR funzionanti e controllabili; contratti d’accoglienza revocabili per risultato; corsia giudiziaria rapida e definitiva sui provvedimenti di espulsione.

Cambiare il pilota è stato necessario. Ora va rifatto il motore. Altrimenti il voto resta un rito elegante, e lo Stato continua a camminare per conto proprio.