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Editoriali

Lo Stato che ti tassa due volte

Sicurezza, pensioni, sanità: si paga lo Stato per averne titolo, poi si paga il privato per non restarne privi. La supplenza è ormai sistema.

4 luglio 2026 / Francesco Medici

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L’Italiano pratica da professionista uno sport quasi sconosciuto altrove: l’autotassazione. Pur vivendo sotto una delle pressioni fiscali più pesanti d’Europa, all’Italiano — sì, con la “i” maiuscola — tocca ricomprare ciò che ha già lautamente acquistato. E lo fa attraverso un’imposta che nessun F24 registra, che nessun codice tributo contempla, e che tuttavia colpisce con puntualità implacabile. È l’esazione occulta sul fallimento dei servizi: si paga per una prestazione, la si riceve monca, e la si ricompra altrove. A prezzo pieno.

Prendiamo la sicurezza. A Roma, a un tiro di schioppo dalla Fontana di Trevi, una ventina di commercianti di via del Lavatore — lo riferisce Il Tempo — si sono consorziati per finanziare una vigilanza privata contro truffatori e piccola delinquenza. Non in sostituzione delle forze dell’ordine, precisano con garbo. Ma il garbo non cancella la sostanza: chi lavora versa allo Stato la sua parte, poi versa una seconda volta per poter semplicemente lavorare. Dove l’autorità pubblica arretra, il portafoglio del cittadino avanza.

Prendiamo la previdenza. Si contribuisce per quarant’anni, poi si apprende che la sola pensione pubblica rischia di non bastare per mantenere un tenore di vita dignitoso, e che la previdenza complementare diventerà sempre più decisiva già nei prossimi decenni. Tradotto: dopo avere finanziato il sistema obbligatorio, il cittadino prudente deve costruirsi una seconda scialuppa. Chi può. Chi non può, si arrangi.

Prendiamo la salute. Si finanzia il Servizio sanitario nazionale, poi, per una visita in tempi decenti, si bussa al privato. Nel primo quadrimestre 2026, secondo i dati Agenas ripresi da Quotidiano Sanità, restano circa due milioni tra visite ed esami fuori dai tempi di garanzia. L’Ocse fotografa una verità scomodissima: in Italia molte famiglie pagano già la sanità con le tasse, ma quando devono curarsi davvero sono costrette a mettere mano al portafoglio, spesso fino a compromettere il bilancio di casa.

Non è polemica. È contabilità morale.

Ed è una contabilità che difficilmente commuove chi decide da lontano, protetto da stipendi certi, rimborsi puntuali, agende blindate e corsie preferenziali non sempre dichiarate ma spesso percepite. Il cittadino comune, invece, non vive di percezioni istituzionali. Vive di attese, bollette, contributi, visite rimandate, serrande da proteggere, vecchiaie da finanziare.

Il patto fiscale poggia su una promessa elementare: si paga molto, ma si riceve il necessario. Quando invece si paga molto e si deve poi ricomprare per intero sicurezza, pensione e salute, il welfare non esiste più: esiste una duplicazione coatta della spesa domestica. E chi la subisce cessa di sentirsi cittadino. Diventa suddito che versa tributo.

Le vie d’uscita ci sono, e non chiedono retorica ma nervi saldi. Primo: dove lo Stato non garantisce protezione sufficiente, le spese documentate di vigilanza per esercizi, condomìni e aree esposte siano rese detraibili. Non è un regalo, è restituzione.

Secondo: previdenza integrativa automatica, semplice, portabile, a costi vigilati, con incentivo fiscale robusto per giovani, autonomi e redditi medi. La vecchiaia non può diventare una lotteria per soli informati.

Terzo: tempi sanitari davvero esigibili. Se il pubblico sfora, l’accesso al privato accreditato deve spettare senza doppio esborso. Un diritto già pagato, non una concessione elargita.

E vi sarebbero molti altri interventi normativi. Bastino, per ora, questi.

Il contribuente non invoca prodigi. Reclama qualcosa di più antico e più severo: che ciò che ha versato gli torni in servizi veri. Tutto il resto è gabella travestita da civiltà.