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Editoriali

La politica ha un solo programma: battere l’altro

Il bene dei cittadini viene dopo. Prima viene la sconfitta dell’avversario.

28 luglio 2026 / Francesco Medici

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C'è un solo verbo rimasto nella politica italiana: vincere. Non risolvere, non governare, non costruire. Vincere sull'altro. Non perché esistano una destra e una sinistra, né perché convivano idee diverse, interessi contrapposti, visioni incompatibili del Paese: tutto questo è fisiologico, anzi necessario. Il guasto è un altro. Vincere sull'avversario è diventato l'unico risultato che conta.

Non si premia più chi risolve, ma chi divide con maggiore efficacia, chi mobilita meglio, chi scredita di più. Il cittadino non è quasi mai il destinatario dell'azione di governo: è pubblico, tifoseria, o bersaglio da conquistare a ogni tornata.

Lo dimostra ciò che accade a ogni opposizione. Forze che non condividono nulla — economia, diritti, lavoro, politica estera, ambiente — si ritrovano di colpo insieme. Non perché abbiano costruito una visione comune. Non perché abbiano trovato soluzioni migliori. Ma perché un obiettivo, uno solo, basta a tenerle unite: mandare a casa chi governa. Prima si abbatte l'altro; al progetto, semmai, si penserà poi. Non è un'alleanza: è una coalizione contro qualcuno.

È qui che la politica smette di avere senso. Quando il conflitto diventa il fine, governare si riduce allo strumento per occupare il posto dell'avversario. Chi è al governo passa il tempo a difendersi, ad addossare ogni difficoltà a chi c'era prima, a preparare la contromossa al prossimo attacco. Chi si oppone non ha alcun interesse a riconoscere un risultato positivo: sarebbe un'ammissione imbarazzante. Meglio negarlo, ridimensionarlo, trasformarlo in un'accusa nuova. Perfino una buona idea, se arriva dalla parte sbagliata, diventa inaccettabile.

Così non si governa un Paese. Si combatte una campagna elettorale che non finisce mai.

Una soluzione seria chiede studio, tempo, silenzio. Ma fermarsi a pensare significa lasciare campo libero: qualcuno occupa uno studio televisivo, pubblica un video, alza la voce. L'altro replica. Poi arriva un'accusa, un'indignazione, un crescendo nuovo. Servirebbe una qualità oggi rara: il temperamento di chi non insegue il rumore, ascolta le idee valide anche quando vengono dall'altra parte, e sa cambiare opinione senza sentirsi sconfitto.

Ma servirebbe soprattutto una politica disposta a misurare ciò che fa. Ogni promessa dovrebbe indicare un obiettivo preciso, tempi verificabili, modalità di attuazione e criteri per giudicarne l'esito. E poi qualcuno dovrebbe tornare davanti ai cittadini e dire con chiarezza: questo è stato fatto, questo no; questo ha funzionato, questo è fallito. Senza propaganda, senza cercare ogni volta un colpevole, senza nascondersi dietro un nemico nuovo.

Per tornare credibile, infine, la politica deve saper offrire certezze di lungo periodo. Un Paese non può invertire la rotta a ogni cambio di maggioranza. Famiglie, lavoratori e imprese non possono vivere sapendo che ogni legge, ogni investimento, ogni progetto rischia di essere cancellato solo perché porta la firma dell'avversario.

La politica non deve dimostrare chi è più abile ad abbattere l'altro. Deve dimostrare di saper tenere in piedi il Paese.