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Editoriali

La bottega e la macchina

Perché l’intelligenza artificiale continua la storia dell’automazione del lavoro e, per la prima volta, può contribuire al proprio miglioramento

26 luglio 2026 / Francesco Medici

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C’è un’immagine che mi torna alla mente quando penso all’intelligenza artificiale: la bottega degli artigiani. Il banco consumato, gli utensili ordinati, le mani che conoscono il materiale meglio di qualsiasi disegno tecnico. Per secoli il lavoro è stato soprattutto questo: un sapere che dimorava nei gesti.

Poi arrivarono le macchine. Prima quelle governate direttamente dall’uomo, poi strumenti sempre più autonomi, capaci di eseguire con precisione ciò che prima richiedeva anni di apprendistato. L’artigiano non scomparve. Cambiò funzione: da esecutore divenne colui che pensava il lavoro, preparava la macchina, controllava il risultato e correggeva gli errori.

Con l’informatica sta accadendo qualcosa di simile.

Dall’artigiano al programmatore

Per decenni i programmatori sono stati gli artigiani del nostro tempo. Scrivevano il codice riga per riga, conoscevano linguaggi, architetture e logiche in modo quasi fisico.

Oggi una parte crescente di quel lavoro passa all’intelligenza artificiale, che può generare codice, correggerlo e proporre soluzioni. Il programmatore non scompare: diventa sempre meno l’autore materiale di ogni riga e sempre più colui che definisce il problema, orienta il sistema, verifica il risultato e ne assume la responsabilità.

Si obietterà che le macchine industriali eseguivano ordini precisi, mentre l’intelligenza artificiale interpreta e può sbagliare. È vero. Ma anche le prime macchine producevano scarti, si inceppavano e richiedevano sorveglianza continua. Ogni tecnologia, all’inizio, sembra troppo imperfetta per sostituire ciò che l’ha preceduta.

La rivoluzione industriale non si è compiuta in pochi anni. Le fabbriche continuano a evolversi ancora oggi. Sarebbe quindi ingenuo giudicare l’intelligenza artificiale attuale come un’opera finita. Siamo all’inizio, e gli inizi sono imperfetti.

La macchina che contribuisce a costruire la macchina

È qui, però, che l’analogia con il passato si spezza.

Il tornio non ha mai progettato un tornio migliore. Il telaio non ha mai riscritto il proprio funzionamento. L’intelligenza artificiale non si migliora ancora completamente da sola, ma può già partecipare al processo con cui vengono costruiti sistemi migliori: genera codice, propone algoritmi, esegue prove, confronta risultati e sviluppa le soluzioni più efficaci.

Per la prima volta, la macchina non si limita a eseguire il progetto dell’uomo. Comincia a collaborare alla progettazione delle macchine che verranno.

Non è ancora autonomia piena. Ma non è più soltanto automazione.

Questo cambia anche la natura del sapere. Se il lavoro non consisterà più soltanto nel saper fare, ma nel saper interrogare, indirizzare e giudicare una macchina, che cosa dovremo insegnare ai nostri figli? E quale valore avrà, domani, un’opera interamente realizzata da esseri umani?

Impararla prima di subirla

Una cosa, però, è già chiara: l’intelligenza artificiale non è una competenza riservata agli informatici. Entrerà in quasi ogni mestiere: nella chirurgia e nell’agricoltura, nelle officine e nelle scuole, negli studi professionali, nei tribunali, nei negozi e negli uffici pubblici.

Non sostituirà tutti e non renderà inutile l’esperienza. Al contrario, sarà tanto più utile quanto più verrà affidata a persone capaci di riconoscere un errore, formulare una domanda corretta e distinguere un risultato plausibile da uno affidabile.

Impararla non è quindi un vezzo tecnologico. È una nuova forma di alfabetizzazione professionale. Ognuno dovrà capire come può modificare il proprio lavoro, quali compiti può accelerare, quali rischi introduce e quali decisioni non devono esserle delegate.

Chi non imparerà a usarla non sarà necessariamente sostituito da una macchina. Sarà più probabilmente superato da una persona che, facendo lo stesso mestiere, avrà imparato a usarla meglio.

L’artigiano che ha attraversato la rivoluzione delle macchine non è quello che le ha rifiutate, né quello che vi si è arreso. È quello che ha imparato a governarle, conservando ciò che nessun automatismo poteva garantirgli: il senso del lavoro ben fatto.

Questo è il compito che ci attende. Non difendere il gesto, ma custodire il senso. Non adorare la macchina, ma imparare a dirigerla.

La bottega non chiude. Evolve e aggiorna il codice ATECO.