Il Paese che riconosco come mio è quello composto da chi si alza presto, lavora, paga le imposte, cresce figli, assiste genitori anziani, apre negozi e manda avanti imprese affrontando difficoltà che spesso nessuno vede. È il Paese di chi rispetta le regole anche quando costa, anche quando una scorciatoia sarebbe più comoda, anche quando cresce la sensazione che altri possano violarle senza subirne le conseguenze.
Sono queste persone a tenere in piedi la nostra comunità. Non rivendicano medaglie e non chiedono privilegi. Chiedono soltanto che lo Stato mantenga la promessa sulla quale si fonda ogni convivenza civile: se tu rispetti le regole, le regole proteggeranno te.
Ma siamo ancora sicuri che questa promessa venga mantenuta?
Ogni generazione eredita tre patrimoni: l’ambiente, il debito pubblico e il diritto. Dei primi due discutiamo continuamente. Il terzo viene spesso trattato come una casa antica alla quale mettere mano con timore, quasi che modificarla significhi tradire chi l’ha costruita. Eppure sono proprio le regole della convivenza a decidere quanto saremo liberi, protetti e responsabili.
Il diritto deve difenderci anche dalla nostra parte peggiore. Le libertà fondamentali, il giusto processo e le garanzie dell’imputato esistono perché la legge deve ascoltare il popolo senza diventarne schiava. L’indignazione suscitata da un singolo fatto di cronaca non può trasformarsi automaticamente in una nuova norma. Quella è meteo: arriva, scuote e passa.
Ma esiste anche il clima. È la sfiducia lenta e persistente di chi vede vittime dimenticate, processi interminabili e pene che, tra il reato commesso e la loro effettiva esecuzione, sembrano perdere progressivamente consistenza. Liquidare tutto questo come populismo non è saggezza. È il modo più comodo per non ascoltare.
La giustizia penale è il primo luogo in cui questa distanza diventa evidente. Il cittadino lègge che per un reato grave è prevista una pena severa e ritiene, comprensibilmente, che quella sia la risposta dello Stato. Ma la pena indicata dal codice è soltanto la cornice iniziale.
Prima della sentenza possono intervenire cause di non punibilità o di estinzione del reato. Nel determinare la condanna possono incidere attenuanti comuni, generiche o speciali, il loro bilanciamento con le aggravanti, la disciplina del tentativo, il concorso formale, la continuazione, le condotte collaborative, riparatorie o risarcitorie. I riti alternativi possono comportare ulteriori riduzioni.
Dopo la condanna, la pena può essere sospesa o sostituita. In presenza dei presupposti previsti dalla legge, può essere eseguita attraverso l’affidamento in prova, la detenzione domiciliare o la semilibertà; durante l’esecuzione possono intervenire la liberazione anticipata, la liberazione condizionale e altri istituti. Le misure alternative non equivalgono all’impunità e vengono decise dalla magistratura di sorveglianza, ma consentono che una parte della pena venga eseguita fuori dal carcere.
Ogni singolo passaggio può possedere una propria ragione giuridica: proporzionare la risposta al caso concreto, premiare il risarcimento o un autentico cambiamento, evitare una detenzione inutile, favorire il reinserimento.
Il problema nasce dalla loro possibile sovrapposizione.
Una pena inizialmente severa può essere ridotta nella determinazione, ulteriormente diminuita dal rito, sospesa o sostituita prima dell’ingresso in carcere e poi abbreviata o eseguita prevalentemente all’esterno. La pena prevista dalla legge, quella pronunciata dal giudice e quella realmente trascorsa in carcere possono così diventare tre grandezze profondamente diverse.
È qui che la pena rischia di sbriciolarsi: non necessariamente per una decisione illegittima, ma per la somma di molte decisioni, ciascuna formalmente giustificabile. Lo Stato mostra alla vittima una pena, ma può finire per eseguirne un’altra. E quando il risultato finale perde un rapporto comprensibile con la gravità del reato e con il male subìto, la domanda sulla giustizia della pena non può essere liquidata come sete di vendetta.
Da qui nasce una prima proposta: il principio di trasparenza della pena effettiva.
Ogni sentenza dovrebbe mostrare in modo immediatamente comprensibile la pena prevista per il reato, la pena determinata prima delle diminuzioni, tutte le riduzioni applicate con le relative ragioni e la condanna finale. Ogni successiva trasformazione dell’esecuzione dovrebbe essere altrettanto trasparente. Non per promettere in anticipo ciò che dipenderà dal comportamento futuro del condannato, ma perché una pena pronunciata in nome del popolo non dovrebbe diventare decifrabile soltanto dagli specialisti.
La seconda proposta riguarda tutte le leggi. Lo Stato dispone già dell’Analisi e della Verifica dell’impatto della regolamentazione, AIR e VIR: strumenti destinati a valutare gli effetti delle nuove norme e a verificare, anche periodicamente, se quelle già vigenti abbiano raggiunto le proprie finalità. La VIR esiste quindi proprio per controllare l’utilità e gli effetti reali della regolamentazione.
Ma ciò che oggi rimane prevalentemente una procedura tecnica dovrebbe diventare un principio politico e civile: il principio di responsabilità dell’ordinamento.
Non significa sottoporre le libertà fondamentali a un concorso di popolarità. Significa pretendere che norme, procedure, obblighi, divieti e meccanismi costruiti per raggiungere un determinato obiettivo vengano periodicamente giudicati per gli effetti concreti che producono sulla vita delle persone.
Lo Stato chiede ogni giorno alle persone di fidarsi delle sue regole. È arrivato il momento che anche le regole dimostrino di meritare quella fiducia.
Le istituzioni non dimostrano forza dichiarandosi infallibili. La dimostrano quando hanno l’umiltà e il coraggio di correggersi.
Perché le regole non meritano di essere conservate soltanto perché esistono. Meritano di esserlo quando continuano a proteggere le persone e a servire davvero il bene comune.