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Editoriali

Europarlamentari, il conto che non si vede

Non solo stipendio: ogni seggio europeo attiva una macchina di spesa che il cittadino paga, ma fatica a controllare

1 luglio 2026 / Francesco Medici

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Quanto costa davvero un europarlamentare? La risposta da salotto televisivo è: 11.255,26 euro lordi al mese. Già basterebbe a inquietare chi vive di lavoro, imposte e prudenza domestica. Ma la risposta seria è assai meno rassicurante. Perché il costo non coincide con lo stipendio. Coincide con tutto ciò che da quel seggio consegue: indennità, staff, diaria, rimborsi, viaggi, pensione, trattamento di uscita. Una macchina perfettamente legale. Anche perché le regole della macchina nascono dentro la macchina stessa.

Nel 2026 ognuno dei 760 membri del Parlamento europeo riceve 11.255,26 euro lordi al mese, pari a 8.772,70 euro netti dopo imposta UE e contributi. A ciò si aggiungono 4.950 euro mensili per le spese generali: ufficio, documentazione, attrezzature, rappresentanza, amministrazione. Poi arriva la voce più consistente: fino a 32.072 euro al mese per lo staff. Non sono somme versate direttamente all’eletto, va precisato. Ma è comunque denaro pubblico. E già qui il quadro cambia: stipendio, spese generali e budget assistenti possono arrivare a circa 579 mila euro l’anno per singolo seggio. Prima ancora di diaria, viaggi e pensioni.

La diaria è di 359 euro al giorno per le attività parlamentari ufficiali. I viaggi ordinari sono rimborsati secondo criteri che includono aereo fino alla business class, treno in prima classe e auto rimborsata al chilometro. Tutto normato, tutto previsto, tutto archiviabile sotto la nobile dicitura “funzionamento”. Ma il cittadino, quello che paga, resta davanti a una nebbia contabile. Vede lo stipendio, forse. Non vede la struttura.

Il nodo è qui: la trasparenza non basta dichiararla. Bisogna imporla. Sull’indennità per spese generali, il Parlamento consente ai membri di pubblicare volontariamente audit o conferme sull’uso corretto dei fondi. Volontariamente? Dove il denaro è pubblico, la rendicontazione non dovrebbe dipendere dalla buona disposizione del beneficiario. Dovrebbe essere automatica, analitica, mensile, accessibile a chiunque.

Nel 2025 il bilancio del Parlamento europeo ha impegnato oltre 2,5 miliardi di euro. La sola assistenza parlamentare ha superato i 252 milioni. La rappresentanza costa, certo. Ma il costo democratico diventa indigeribile quando diventa illeggibile.

Le soluzioni esistono: pubblicazione obbligatoria delle spese per ogni eletto; restituzione automatica delle somme non documentate; tetto più severo a staff e rimborsi; pensione solo contributiva ordinaria; indennità di fine mandato esclusa per chi ottiene subito altri incarichi pubblici; report annuale unico, chiaro, confrontabile, per ogni seggio.

La democrazia non deve essere povera. Deve essere sobria. Non deve umiliarsi né umiliare il contribuente. Deve rendere conto. Perché quando un mandato pubblico diventa una rendita opaca, il problema non è l’antipolitica: è lo sdegno di chi lavora ogni giorno per una frazione di quelle cifre e non capisce più per quale corte stia mantenendo il palazzo.

E, si badi bene, questo riguarda soltanto l’europarlamentare. Mancano ancora all’appello la Commissione europea, il Consiglio europeo, il Consiglio dell’Unione europea, la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte dei conti europea, la Banca centrale europea, il Comitato delle Regioni, il Comitato economico e sociale, il Servizio europeo per l’azione esterna, le agenzie e l’intera costellazione amministrativa che ruota attorno a Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo e oltre.

Il conto, dunque, non è chiuso. È appena cominciato.