Un popolo che lascia partire i suoi migliori e non sa scegliere chi accoglie non è povero di risorse. È povero di chi lo governa.
I nostri cervelli non vanno rimpianti: vanno trattenuti con le unghie, e i fuggitivi richiamati a casa. Accanto a loro, le menti più brillanti del pianeta vanno corteggiate, sottratte agli altri. Qualcuno la chiama utopia. Altrove la chiamano, semplicemente, metodo.
Trattenere. Un talento non lo si tiene con un convegno e una pacca sulla spalla, ma con un terreno fertile: un fisco che smetta di scambiarlo per un bancomat e che non cambi idea a ogni manovra, perché l'incertezza uccide più dell'aliquota. Lo si tiene premiando il merito e non l'anzianità di coda: i concorsi alla competenza, non al cognome giusto.
Attrarre. Non serve inventare: basta copiare chi ha già vinto. Londra srotola tappeti rossi ai talenti; Canada e Australia scelgono per punti il medico, l'ingegnere, non il caso; la Svizzera paga, e non fa domande inutili. A chi torna si offra una cattedra vera e un laboratorio, non un applauso. Il rientro dei cervelli non è carità: è la più redditizia delle scommesse.
Coltivare. Il genio italiano non è un cimelio da museo: è tra le materie prime più straordinarie che la storia ricordi — e la stiamo lasciando marcire. Da Leonardo in giù ci scorre nel sangue; eppure si spende in ricerca meno della media europea, e poi ci si stupisce che le idee nascano altrove.
Scegliere. Perché una nazione seria non subisce l'immigrazione: la governa. Sceglie chi accogliere — per ciò che sa fare e per le leggi che è pronto a rispettare — e mostra la porta a chi quelle leggi le calpesta o non ha titolo per restare. Affidare la propria soglia agli umori delle correnti, o alle agende degli scafisti, non è generosità: è abdicare alla sovranità. Non è crudeltà — è la dignità di uno Stato. Il coraggio che ci manca non è odiare nessuno: è far valere la legge senza tremare.
Tutto questo lo si sa — a Shanghai, a Boston, a Londra. Da decenni formiamo, a spese di tutti, il meglio che poi impacchettiamo per i concorrenti. Svendiamo l'oro di casa e non custodiamo nemmeno il nostro uscio. Chi governa l'Italia, e quell'Europa che ci impartisce lezioni da scranni di velluto, in sale dove nessuno ha mai creato un posto di lavoro, ha amministrato l'ingegno dei nostri figli con il talento di chi vende l'argenteria per pagare le bollette.
Lo chiamano declino, come fosse una congiuntura astrale. È invece un'amministrazione: metodica, puntuale, firmata.
E il rimedio starebbe in una riga: un patto fiscale per chi studia, torna e crea, blindato per dieci anni e sottratto alle mani della prossima manovra. Non manca la formula. Manca il coraggio.
Nei Palazzi, lassù, si sappia che il giorno in cui questo popolo capirà quanto vale, e quanto gli è stato sottratto, non chiederà permesso.
Presenterà il conto.