Astensione, il voto tradito dall’inconcludenza
Gli elettori non chiedono miracoli: chiedono che chi blocca una decisione pubblica debba comparire alla luce del sole.
Si continua a ripetere, con una certa supponenza da salotto, che gli italiani sarebbero disaffezionati alla politica, quasi che milioni di cittadini avessero improvvisamente smarrito il senso della cosa pubblica, il gusto del confronto, perfino l’istinto elementare di difendere il proprio futuro. È una lettura comoda, ma profondamente inesatta. Gli italiani non sono disaffezionati alla politica; sono disaffezionati all’inconcludenza, alla promessa che non diventa atto, alla riforma che non diventa vita quotidiana, al voto che pare solenne nel giorno delle urne e irrilevante dal mattino successivo.
I numeri non sono un dettaglio ornamentale. Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza si è fermata al 63,91%, il livello più basso della storia repubblicana; alle europee del 2024 è scesa al 49,69%. Non siamo davanti a una semplice pigrizia civica, ma a una frattura tra mandato popolare e percezione dell’efficacia democratica.
L’elettore adulto non pretende che un governo trasformi il Paese per decreto, né ignora che esistano Costituzione, controlli, compatibilità finanziarie, poteri autonomi e garanzie. Pretende però una cosa più seria: che quando una maggioranza riceve un mandato, quel mandato possa essere esercitato, discusso, corretto se necessario, ma non sterilizzato dentro una palude di rinvii, pareri, regolamenti mancanti, inerzie amministrative e interpretazioni che, pur presentandosi come neutrali, finiscono talvolta per assumere un peso politico senza essersi mai sottoposte al giudizio degli elettori.
Qui occorre introdurre una regola nuova, semplice e quasi chirurgica: ogni decisione pubblica rilevante deve avere una tracciabilità dell’attuazione. Se una legge viene approvata, si deve pubblicare non solo il testo della norma, ma anche l’elenco degli atti necessari per renderla operativa; se quegli atti non arrivano, deve essere pubblicato l’apparato che li trattiene, li rallenta o li blocca, indicando struttura responsabile, fase procedurale, scadenza mancata, motivazione formale e tempo trascorso. Non per mettere alla gogna le persone, ma per impedire che l’anonimato burocratico diventi una forma di potere irresponsabile.
Questa sarebbe una riforma di igiene democratica. Il cittadino ha diritto di sapere se una misura è ferma in un ministero, in una direzione generale, in una conferenza tra enti, in un ufficio tecnico, in un parere obbligatorio, in un ricorso o in un decreto attuativo mai scritto. La democrazia non può limitarsi a dire chi ha votato una legge; deve dire anche chi, nei fatti, ne ha impedito l’esistenza concreta. Solo così il voto torna a essere comando civile e non rappresentazione teatrale.
In politica, inoltre, occorre smettere di tifare e mettersi a studiare. Finché l’elettore resta tifoso, altri confezionano per lui parole d’ordine, indignazioni, paure e fedeltà di giornata; quando invece studia, confronta promesse e risultati, distingue un annuncio da un provvedimento e un provvedimento da un effetto reale. È lì che smette di essere consumatore della politica altrui e torna cittadino, cioè giudice sovrano del potere.
Anche la fiducia nelle istituzioni conferma questa esigenza di verifica: secondo Istat, nel rapporto sull’anno 2024, solo il 22,4% dei cittadini attribuisce ai partiti un livello di fiducia almeno sufficiente, mentre Parlamento e governo restano su percentuali che non possono rassicurare nessuno.
Chi non vota più non va insultato, blandito o colpevolizzato. Va riconquistato con risultati, responsabilità e conseguenze. Il voto tornerà centrale quando ogni promessa avrà una scadenza, ogni ritardo un nome istituzionale, ogni blocco una motivazione pubblica e ogni apparato la decenza di rispondere al Paese che lo mantiene.