Me lo sono chiesto tante volte. E, forse, il verbalizzarlo e condividerlo può aiutare coloro i quali si pongono il medesimo quesito.
Se a quell'emiciclo, ogni tanto, sedessero impiegati, commercianti, agricoltori, massaie, professionisti, giovani realmente rappresentativi della vera Europa, potrebbero portare un contributo? Farebbero le stesse scelte dei propri rappresentanti?
Non si tratta di disprezzo, ma di una constatazione elementare: tra chi vive e chi decide si è aperta una distanza siderea. Ciò che annichilisce è che chi decreta, quasi mai, ne paga il prezzo. Il conto arriva sempre a un altro tavolo: il mio. Io, che al mattino timbro un cartellino e cresco i miei figli.
Prendiamo il simbolo più sfacciato dell'inutilità. Dodici volte l'anno l'intero Parlamento UE fa i bagagli e trasloca da Bruxelles a Strasburgo, per poi rifare la strada al contrario: oltre cento milioni bruciati ogni anno, ammessi dalle stesse istituzioni. Un commerciante che conta gli scontrini a uno a uno chiuderebbe quella seconda sede nel pomeriggio stesso. La politica continentale, invece, celebra il proprio pellegrinaggio mentre a noi chiede di risparmiare energia e carta. La soluzione appare persino ovvia a qualsiasi cittadino assennato: sede unica, calendario vincolante, voto palese per chi pretende di conservare lo spreco. Lo dica in faccia ai contribuenti, e ne risponda. O lo paghi di tasca propria: la vita insegna che mettere le mani nel portafoglio di qualcuno lo rende immediatamente reattivo. Tanto più che, per andare a sedere in quell'emiciclo, a quel qualcuno spetta una diaria di 350 euro al giorno. E per incassarla basta una firma sul registro: non la presenza.
Le frontiere, poi. Chi cresce dei figli in un quartiere vero, e non dietro un cancello sorvegliato, sa distinguere l'accoglienza dalla resa. Spalancare gli ingressi come se ogni arrivo fosse un atto di civiltà non è generosità: è abdicazione, e la pagano sempre gli stessi, in periferie che la politica visita solo a ridosso del voto. Serve una frontiera esterna arcigna, rimpatri che non restino sulla carta, accordi vincolanti con i Paesi d'origine, canali legali aperti soltanto dove c'è un fabbisogno reale.
C'è poi l'industria. Chi ha passato la vita in una fabbrica d'automobili avrebbe consegnato il volante ai produttori cinesi per rispettare una data sul calendario? Le è stata imposta una rotta elettrica così rigida da mettere a rischio filiere, mestiere, ingegneria e un secolo di storia. Non servono complotti: basta guardare chi ci guadagna. La transizione non va rinnegata, va resa neutrale nella tecnologia: elettrico, ibrido, biocarburanti, e-fuel, idrogeno, purché l'industria resti nostra e capace di competere.
Persino i dati. Proteggerli è giusto; ma la normativa sulla privacy è diventata un tormento che pervade ogni gesto quotidiano, e finisce per trattare da sospetti proprio gli onesti — quelli per cui la trasparenza è un modo di vivere, non un labirinto di firme incomprensibili. Nessun cittadino ragionevole l'avrebbe partorita così. Bastano modelli standard, obblighi proporzionati al rischio reale, esenzioni vere per chi è piccolo.
Infine, l'inganno più grande: un continente che si proclama unito e resta spezzettato in mille regole e cavilli nazionali. Un professionista che voglia lavorare oltreconfine scopre presto che il mercato unico è spesso solo una promessa notarile. Occorrono procedure comuni, riconoscimenti automatici, un solo sportello europeo. E la libera circolazione delle persone.
La vera Europa è un bene prezioso e chiede di essere custodita: le sue città, le botteghe, i campi, il diritto, l'arte, la lingua, il modo tutto nostro di abitare il nostro mondo.
Allora torno alla mia domanda, e la risposta non cambia: l'Europa tornerà a servirci il giorno in cui chi decide tornerà ad abitare, almeno un poco, il mondo di chi vive. Meno distanza e prediche. E più protezione.